Le case chiuse hanno lasciato più tracce nell’arte che negli archivi. Pittori, romanzieri e registi ci sono entrati quando nessuno documentava quei luoghi dall’interno, e le loro opere sono oggi una delle poche fonti visive su un mondo che è stato smantellato in una notte.
Questa pagina raccoglie le opere che contano davvero — quelle verificabili, con anno, autore e luogo dove si trovano — e distingue ciò che raccontano da ciò che i luoghi comuni hanno costruito sopra.
La pittura: chi è entrato davvero nei bordelli
Un solo pittore ci ha vissuto dentro, e non per breve tempo.
Henri de Toulouse-Lautrec soggiornò a lungo nelle maisons closes parigine, in particolare quella di rue des Moulins. Il quadro che ne è nato, Au Salon de la rue des Moulins (1894), è oggi al Musée Toulouse-Lautrec di Albi.
Vale la pena guardarlo con attenzione, perché non è quello che ci si aspetta. Non c’è nessun cliente. Non c’è nessuna scena erotica. Ci sono donne sedute su un divano, in attesa, con le facce di chi sta aspettando la fine del turno. Lautrec dipinse anche la fila per la visita medica: l’appuntamento periodico che era il vero centro della vita in quei luoghi. È la testimonianza visiva più onesta che abbiamo, ed è tale proprio perché non è compiaciuta.
Altre opere che aprono lo stesso mondo:
- Édouard Manet, Olympia (1863), Musée d’Orsay. La donna nuda guarda dritto lo spettatore, e accanto a lei una serva porta il mazzo di fiori mandato da un cliente. Lo scandalo al Salon del 1865 non nacque dalla nudità — nella pittura accademica era normale — ma dal fatto che quella donna fosse riconoscibilmente una prostituta contemporanea e non una dea.
- Edgar Degas, la serie di monotipi dedicata ai bordelli parigini. Piccoli formati, sguardo clinico, nessuna idealizzazione.
- Pablo Picasso, Les Demoiselles d’Avignon (1907), MoMA di New York. Il titolo non rimanda ad Avignone: rimanda al carrer d’Avinyó di Barcellona, una strada di case chiuse. Il quadro che apre il Novecento nasce dentro un bordello.
- Otto Dix, Metropolis (1927-1928), trittico, Kunstmuseum di Stoccarda. La Germania di Weimar fra prostituzione e mutilati di guerra, dipinta senza pietà per nessuno.
La letteratura: i romanzi che hanno formato l’immaginario
- Alexandre Dumas figlio, La signora delle camelie (1848). La cortigiana che si sacrifica per amore: il modello che il melodramma ripeterà per un secolo. Da qui la Traviata di Verdi.
- Fëdor Dostoevskij, Delitto e castigo (1866). Sonja Marmeladova si prostituisce per mantenere la famiglia. È il primo grande personaggio in cui la prostituzione è raccontata come conseguenza della miseria e non come vizio.
- Émile Zola, Nana (1880). La cortigiana come forza che disgrega la società che l’ha prodotta. Zola lavorò su documentazione diretta, secondo il suo metodo.
- Guy de Maupassant, La casa Tellier (1881). Il racconto più utile di tutti per capire le case chiuse: le donne di un bordello di provincia chiudono per un giorno e vanno a una prima comunione in campagna. Nessun dramma, nessuna condanna — la normalità quotidiana di un’attività autorizzata, che è esattamente ciò che le case erano.
- Alberto Moravia, La romana (1947). Roma prima della guerra, raccontata in prima persona da Adriana. Il libro italiano più letto sul tema, uscito dieci anni prima della legge Merlin.
Accanto alla narrativa c’è un testo che non è letteratura ed è più importante di tutti: Lettere dalle case chiuse, la raccolta delle lettere che le donne scrissero a Lina Merlin mentre la legge era in discussione, pubblicata nel 1955. Sono le uniche voci dirette che abbiamo, e non somigliano a nessuno dei romanzi.
Il cinema italiano: il film che nessuno ricorda
Esiste un film girato subito dopo la chiusura e su quella chiusura. Si intitola Adua e le compagne, è del 1960, lo diresse Antonio Pietrangeli su una sceneggiatura scritta con Ruggero Maccari, Tullio Pinelli ed Ettore Scola.
La trama parte dove finisce la storia delle case chiuse. Quattro donne — Simone Signoret, Sandra Milo, Emmanuelle Riva, Gina Rovere — si ritrovano in strada quando la casa in cui lavoravano viene chiusa dalla legge Merlin. Mettono insieme i risparmi per aprire un ristorante. La licenza viene rifiutata a causa dei loro precedenti. Un ex cliente si offre di comprare l’edificio e di assumerle, a patto che il ristorante faccia da facciata a un bordello, e le fa pagare l’affitto. Il ristorante funziona davvero, ma l’affitto le divora.
È il ritratto più preciso di quello che accadde dopo il 1958: non la liberazione, non la catastrofe, ma una società che aveva chiuso le case e non aveva previsto nulla per le donne che ci stavano dentro. Nel cast c’è anche Marcello Mastroianni.
Gli altri titoli che contano:
- Federico Fellini, Le notti di Cabiria (1957). Giulietta Masina è una prostituta di strada nella Roma dell’ultimo anno prima della legge. Oscar per il miglior film straniero.
- Federico Fellini, Roma (1972). Contiene la sequenza sui bordelli più celebre del cinema italiano: due case, una popolare e una di lusso, ricostruite in studio quattordici anni dopo la chiusura. È memoria, non documento — ed è la fonte da cui viene gran parte dell’immaginario corrente.
- Pier Paolo Pasolini, Accattone (1961) e Mamma Roma (1962). Il primo racconta un uomo che vive dei guadagni di una donna; il secondo, con Anna Magnani, una donna che tenta di lasciarsi quella vita alle spalle. Sono i film in cui il tema entra nelle borgate romane, dopo che le case sono state chiuse.
Cosa l’arte racconta e cosa distorce
Un avvertimento, perché su questo tema le opere vengono usate spesso come prove storiche.
La nostalgia che circonda le case chiuse è in larga parte un prodotto del cinema degli anni Settanta, girato da uomini che quei luoghi li avevano frequentati da giovani e li ricordavano come un rito di passaggio. È memoria maschile, ed è memoria di chi entrava — non di chi ci abitava.
Nelle opere in cui il punto di vista si sposta — Lautrec, Maupassant, Adua e le compagne, le lettere del 1955 — spariscono il velluto e la trasgressione, e compaiono l’attesa, i conti da pagare, la visita medica, il debito.
È la ragione per cui su questo sito le opere sono elencate con la loro data e il loro autore: servono a capire come si è formata l’immagine che abbiamo, non a documentare com’erano davvero le case chiuse. Per quello ci sono gli archivi e gli studi storici.
Domande frequenti
Quali quadri rappresentano le case chiuse?
Il più noto è Au Salon de la rue des Moulins di Toulouse-Lautrec (1894), al Musée Toulouse-Lautrec di Albi. Vanno ricordati anche i monotipi di Degas, Olympia di Manet (1863) e Les Demoiselles d’Avignon di Picasso (1907), il cui titolo rimanda a una via di bordelli di Barcellona.
Esiste un film sulle case chiuse italiane?
Sì: Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli (1960) racconta quattro donne rimaste senza lavoro dopo la legge Merlin. La sequenza dei bordelli più famosa è invece in Roma di Fellini (1972).
Quali romanzi parlano di prostituzione?
Fra i classici: La signora delle camelie di Dumas figlio (1848), Delitto e castigo di Dostoevskij (1866), Nana di Zola (1880), La casa Tellier di Maupassant (1881). In Italia, La romana di Moravia (1947).
Le opere d’arte sono una fonte storica attendibile?
Solo in parte. Documentano come il fenomeno veniva visto e da chi. Toulouse-Lautrec e Maupassant, che frequentarono quei luoghi, offrono dettagli concreti; il cinema successivo alla chiusura lavora invece sulla memoria e tende a idealizzare.
Le fonti di questa pagina
- Musée Toulouse-Lautrec, Albi — scheda dell’opera Au Salon de la rue des Moulins.
- Musée d’Orsay, Parigi — scheda di Olympia di Édouard Manet.
- Museum of Modern Art, New York — scheda di Les Demoiselles d’Avignon.
- Kunstmuseum Stuttgart — trittico Großstadt di Otto Dix.
- MoMA — scheda del film Adua e le compagne di Antonio Pietrangeli.
- Lina Merlin, Carla Barberis (a cura di), Lettere dalle case chiuse, Edizioni Avanti!, Milano 1955.
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