Case chiuse: cosa erano, come funzionavano e quando sono state chiuse

Le case chiuse erano bordelli autorizzati dallo Stato italiano. Sono esistite legalmente dal 1860 al 1958: quasi un secolo. Lo Stato rilasciava la licenza, fissava le tariffe, imponeva le visite mediche e incassava le tasse. Chiusero alla mezzanotte del 20 settembre 1958, quando entrò in vigore la legge Merlin: erano circa 560 e vi lavoravano circa 2.700 donne registrate.

Questa pagina ricostruisce come nacquero, come funzionavano davvero all’interno e perché furono abolite. Tutte le date e i numeri sono verificabili nelle fonti indicate in fondo.


Perché si chiamavano «case chiuse»

Il nome non viene dal fatto che fossero riservate o segrete. Viene dalle finestre.

Il regolamento del 1888 impose che imposte e persiane restassero sempre chiuse, perché dalla strada non si vedesse nulla di quello che accadeva dentro. Da quell’obbligo edilizio nacque l’espressione che è rimasta nella lingua italiana.

Il nome ufficiale nei documenti dell’epoca era diverso: case di tolleranza. Tollerate, appunto: lo Stato non le approvava, le ammetteva. È una sfumatura che dice molto del rapporto fra l’Italia e questo fenomeno, allora come adesso.

Da quando esistevano le case chiuse in Italia?

Dal 15 febbraio 1860, con il decreto firmato da Camillo Benso conte di Cavour. Va notata la data: è precedente all’Unità d’Italia, proclamata il 17 marzo 1861. Il provvedimento nacque nel Regno di Sardegna e fu poi esteso al Regno d’Italia.

Il motivo dichiarato non era morale ma sanitario e militare: contenere la sifilide, che decimava gli eserciti. Il modello era francese, importato con le truppe di Napoleone III.

Il regolamento Cavour poggiava su due obblighi, che resteranno il cuore del sistema per quasi cent’anni:

  • La registrazione personale presso la polizia — volontaria o imposta d’ufficio. Una donna iscritta in quel registro non ne usciva facilmente.
  • La visita medica periodica obbligatoria. Chi rifiutava era presunta malata e veniva internata negli ospedali dedicati alle malattie veneree, i cosiddetti sifilicomi.

I clienti, invece, non erano registrati né visitati. Il controllo sanitario riguardava solo un lato dello scambio: è la critica che accompagnerà il sistema fino alla fine.

Come funzionavano dentro

Le case erano divise in categorie, e la categoria determinava il prezzo. Le tariffe non le decideva il gestore: le fissava l’autorità, e restavano esposte nella sala d’attesa come il listino di un esercizio pubblico.

Il cliente pagava alla cassa e riceveva un gettone, la marchetta: un dischetto di ottone col nome della casa, che consegnava alla donna prima di salire. A fine giornata i gettoni raccolti erano la sua contabilità. Da lì viene il modo di dire «fare marchette», che è sopravvissuto al sistema che lo aveva prodotto.

Del ricavato la donna tratteneva circa la metà. Con quella metà pagava vitto, alloggio e il necessario per l’igiene alla tenutaria — la maîtresse, che gestiva la casa e teneva i conti. Il debito verso la casa era lo strumento che rendeva difficile andarsene.

La quindicina: perché le donne cambiavano città ogni due settimane

È il dettaglio che più colpisce chi si avvicina al tema. Ogni quindici giorni le donne cambiavano casa e spesso città. Il ricambio si chiamava quindicina.

La ragione era commerciale: la novità faceva affari. Ma l’effetto era un altro, e più profondo. Una donna spostata ogni due settimane non costruisce legami, non conosce la città, non ha una rete a cui chiedere aiuto. Lo sradicamento continuo era parte del meccanismo di controllo, non un suo effetto collaterale.

Quali regole valevano per le donne fuori dalla casa

Questo è il punto che la memoria collettiva ha rimosso quasi del tutto. Le donne registrate non erano libere cittadine che svolgevano un mestiere: erano soggette a un regime speciale che valeva anche fuori dall’orario e fuori dall’edificio.

Non potevano uscire dopo le venti d’inverno e dopo le ventidue d’estate. Non potevano attardarsi per strade e piazze. Non potevano frequentare i teatri. Gli studi storici definiscono questa condizione semi-servile, e non è un giudizio: è la descrizione di un insieme di divieti scritti nei regolamenti.

Cosa cambiò fra il 1888 e il 1923

Il sistema non restò fermo per un secolo. Fu riscritto più volte, sotto la pressione della campagna abolizionista che chiedeva allo Stato di smettere di fare da protettore.

AnnoProvvedimentoCosa cambia
1860Regolamento CavourNasce il sistema: licenza ai locali, registrazione delle persone, visite mediche obbligatorie
1888Regolamento CrispiVietati cibi, bevande, balli e canti nelle case. Imposte sempre chiuse: nasce l’espressione «case chiuse»
1891Regolamento Nicotera (decreto 27 ottobre 1891, n. 605)Abroga la normativa precedente e sposta il controllo verso i luoghi. Resta però l’impianto di fondo
1923Regolamento per la profilassi delle malattie venereeIl fascismo riporta le visite sotto medici nominati dal prefetto e introduce la tessera sanitaria
1958Legge MerlinAbolizione del sistema. Le case chiudono

Il regolamento del 1923, uno dei primi atti del governo Mussolini, merita una nota. Formalmente estendeva la cura gratuita delle malattie sessualmente trasmissibili. In concreto strinse il controllo: i medici visitatori erano nominati dal prefetto, e la prima visita svolgeva di fatto la funzione della vecchia registrazione. Chi esercitava fuori dalle case veniva spinto dentro il sistema attraverso le contravvenzioni per adescamento.

Perché sono state chiuse le case chiuse?

Per una legge voluta da una donna sola contro quasi tutti: Lina Merlin, senatrice socialista, prima donna eletta al Senato della Repubblica.

Presentò il suo disegno di legge nell’agosto del 1948. Ci vollero dieci anni per farlo approvare: a ogni fine legislatura il testo decadeva e andava ripresentato da capo. Fra gli oppositori ci furono nomi di primo piano, da Benedetto Croce a Indro Montanelli.

L’argomento di Merlin non era il pudore. Era che lo Stato non può fare il protettore: uno Stato che registra le donne, ne fissa il prezzo e incassa la tassa è parte dello sfruttamento, non il suo argine. A sostenere quella tesi contribuirono le lettere che le donne delle case le scrissero mentre la legge era in discussione, raccolte nel 1955 nel volume Lettere dalle case chiuse.

La legge fu approvata il 20 febbraio 1958 ed entrò in vigore sette mesi dopo, il 20 settembre 1958. Il titolo ufficiale dice esattamente cosa fa: Abolizione della regolamentazione della prostituzione e lotta contro lo sfruttamento della prostituzione altrui.

Chi si aspetta che la legge abbia vietato la prostituzione si sbaglia: la legge Merlin non l’ha mai vietata. Ha abolito il sistema di Stato che la governava e ha reso reato lo sfruttamento e il favoreggiamento da parte di terzi.

Cosa successe dopo il 20 settembre 1958

Circa 560 case chiusero nella stessa notte. Le circa 2.700 donne registrate si trovarono senza il luogo in cui avevano lavorato e senza un percorso di uscita organizzato.

È qui che si radica l’argomento principale di chi ancora oggi critica la legge: la chiusura non fu accompagnata da politiche di reinserimento, e una parte di quelle donne finì in strada. È una critica seria e va riportata per intero. Va però tenuta distinta dalla domanda che le viene spesso attaccata — se cioè il rimedio sia riaprire — perché quella è una scelta politica, non una conseguenza automatica del 1958.

Da allora l’Italia vive in un assetto che non ha eguali in Europa: esercitare non è reato, organizzare sì. Un equilibrio che regge da quasi settant’anni e che nessun altro Paese europeo ha copiato.


Domande frequenti

Quando sono state chiuse le case chiuse in Italia?

Alla mezzanotte del 20 settembre 1958, data di entrata in vigore della legge 20 febbraio 1958 n. 75, detta legge Merlin. La legge era stata approvata sette mesi prima.

Quante erano le case chiuse in Italia?

Al momento della chiusura erano circa 560 su tutto il territorio nazionale, con circa 2.700 donne registrate. Nei decenni precedenti erano state molte di più.

Le case chiuse erano legali?

Sì, e non solo legali: erano autorizzate, tassate e controllate dallo Stato. Il gestore aveva una licenza, le tariffe erano fissate dall’autorità e le donne erano iscritte in registri di polizia.

Perché si chiamano «case chiuse» e non «bordelli»?

Perché il regolamento del 1888 obbligava a tenere imposte e persiane sempre serrate, così che dalla strada non si vedesse l’interno. Il nome ufficiale era «case di tolleranza».

Chi era Lina Merlin?

Una senatrice socialista, prima donna eletta al Senato della Repubblica italiana. Presentò la proposta di abolizione nel 1948 e la vide approvata dieci anni dopo, nel 1958.

La legge Merlin ha reso illegale la prostituzione?

No. Ha abolito la regolamentazione statale e ha introdotto i reati di sfruttamento e favoreggiamento della prostituzione altrui. Prostituirsi non è reato in Italia, né prima né dopo il 1958.


Le fonti di questa pagina

  • Legge 20 febbraio 1958, n. 75, testo vigente su Normattiva.
  • Francesco Serpico, A difesa della «sanità morale della Nazione». Prostituzione e controllo sociale nell’Italia fascista, Giornale di Storia, 2020 — per la successione dei regolamenti del 1860, 1888, 1891 e 1923 e per le restrizioni imposte alle donne registrate.
  • Mary Gibson, Stato e prostituzione in Italia, 1860-1915, Il Saggiatore, Milano 1995.
  • Sandro Bellassai, La legge del desiderio. Il progetto Merlin e l’Italia degli anni Cinquanta, Carocci, Roma 2006.
  • Lina Merlin, Carla Barberis (a cura di), Lettere dalle case chiuse, Edizioni Avanti!, Milano 1955 — una selezione è consultabile nel documento della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

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