Sulla legalizzazione della prostituzione non esiste una risposta dimostrata. Esistono due visioni inconciliabili — una che la considera un lavoro da regolare, l’altra una violenza da ridurre — e un corpo di ricerche che dà ragione in parte a entrambe.
Questa pagina mette gli argomenti uno accanto all’altro, dice chi li sostiene e riporta cosa hanno effettivamente misurato gli studi, compresi i loro limiti. Non arriva a una conclusione, perché la conclusione è una scelta politica e non un risultato tecnico.
Prima di tutto: di cosa si sta discutendo
Il dibattito italiano confonde regolarmente tre proposte diverse. Distinguerle è la premessa per capire qualsiasi argomento.
- Legalizzare e regolamentare — locali autorizzati, licenze, obblighi fiscali e sanitari. È il modello tedesco, ed è quello che in Italia si chiama «riaprire le case chiuse».
- Decriminalizzare — togliere il diritto penale e applicare le regole comuni del lavoro. È il modello neozelandese e, dal 2022, belga. Non è la stessa cosa: nessuna licenza, nessun registro.
- Punire il cliente — lasciare lecita la vendita e sanzionare l’acquisto. È il modello nordico, e va nella direzione opposta.
Chi dice «legalizziamo» quasi sempre intende la prima. Chi risponde «in Olanda non ha funzionato» spesso cita dati che riguardano la prima ma li usa contro la seconda. Sono errori che rendono la discussione inutile.
Gli argomenti a favore
Li sostengono organizzazioni di lavoratrici e lavoratori del sesso, una parte del mondo della salute pubblica, e in Italia una parte dell’area liberale e riformista.
Sicurezza: si può chiedere aiuto
È l’argomento più forte e il meno ideologico. Dove l’attività è lecita e organizzabile, chi la esercita può denunciare una violenza senza temere conseguenze per sé, può lavorare con altri invece che da sola, può rivolgersi alla polizia come chiunque altro.
In Italia questo è precluso da un dettaglio tecnico che pesa: l’articolo 3 della legge Merlin punisce il favoreggiamento anche senza profitto. Due persone che dividono un appartamento per non stare sole commettono, in astratto, un reato.
Salute: l’accesso alle cure
Chi opera nell’invisibilità evita i servizi sanitari per timore di essere identificato. La ricerca in materia di salute pubblica considera questo un fattore di rischio misurabile, non un’ipotesi.
Emersione fiscale e contributiva
Il fenomeno produce reddito già oggi — l’Istat lo misura nei conti nazionali — ma senza contributi, senza pensione e senza tutele. Un inquadramento porterebbe entrate e diritti insieme.
Autodeterminazione
Se un adulto può disporre del proprio corpo, lo Stato non dovrebbe impedirgli di farlo anche a pagamento. È l’argomento di principio, e trova il suo limite nell’obiezione che segue.
Gli argomenti contro
Li sostengono il femminismo abolizionista, molte organizzazioni antitratta, parte del mondo cattolico e — nella sostanza — il Parlamento europeo nella risoluzione del 14 settembre 2023, che definisce la prostituzione una forma di violenza.
La scelta è quasi sempre condizionata
È l’obiezione centrale, e non è morale: è empirica. Chi entra in questa attività viene in larghissima parte da povertà, migrazione irregolare, violenza domestica, dipendenze. Costruire un sistema di autorizzazioni su una libertà che nella maggior parte dei casi non c’è significa dare copertura giuridica a una condizione di necessità.
È esattamente il ragionamento che ha fatto la Corte costituzionale nel 2019: la distinzione fra scelta libera e scelta condizionata è troppo incerta per fondarci sopra un impianto normativo.
Il mercato legale non sostituisce quello illegale
L’argomento più concreto contro la legalizzazione. Un settore autorizzato crea domanda aggiuntiva, e la parte di quella domanda che cerca prezzi più bassi o prestazioni non consentite continua a rivolgersi al circuito illegale — che nel frattempo diventa più difficile da distinguere.
Lo Stato che regola diventa parte in causa
È l’argomento originario di Lina Merlin, e vale la pena ricordare che veniva da sinistra, non da una posizione conservatrice: uno Stato che rilascia licenze, fissa condizioni e incassa imposte su questa attività non ne è l’arbitro, ne diventa il beneficiario.
La regolamentazione esclude proprio i più fragili
Un sistema con requisiti di età, registrazione, partita IVA e permesso di soggiorno regolare lascia fuori chi non ha documenti — cioè la parte più esposta allo sfruttamento. Si crea un settore legale ordinato e, accanto, un sommerso più isolato di prima.
Cosa dicono le ricerche
Qui il dibattito si fa serio, e conviene riportare gli studi con i loro risultati e i loro limiti. Sono tre, e non dicono la stessa cosa.
Legalizzazione e tratta: lo studio più citato dai critici
Seo-Young Cho, Axel Dreher ed Eric Neumayer, Does Legalized Prostitution Increase Human Trafficking?, pubblicato su World Development nel 2013. Analisi su circa 150 Paesi.
Risultato: nei Paesi dove la prostituzione è legale i flussi di tratta segnalati sono in media maggiori. Gli autori spiegano che due effetti si contrappongono — l’ampliamento del mercato (che aumenta la tratta) e la sostituzione delle persone trafficate con lavoratrici legali (che la riduce) — e che nei dati prevale il primo.
Il limite, riconosciuto dagli autori stessi: si misura la tratta segnalata, non quella reale. Dove l’attività è legale ci sono più controlli, più servizi e più denunce, quindi più casi emergono. Una parte del risultato potrebbe misurare la capacità di vedere il fenomeno anziché la sua dimensione.
Decriminalizzazione e salute: lo studio più citato dai sostenitori
La serie di The Lancet del 2015 su HIV e lavoro sessuale, con modelli elaborati fra gli altri all’Imperial College London.
Risultato: fra tutti gli interventi valutati, la decriminalizzazione è quello con l’effetto stimato maggiore sull’epidemia — dal 33 al 46 per cento di infezioni evitate nel decennio successivo.
Il limite: è una stima da modello matematico, non l’osservazione di un esito. Misura inoltre un effetto sanitario, che è solo uno dei piani in discussione.
Nuova Zelanda: l’unico esperimento con una valutazione ufficiale
Dopo il Prostitution Reform Act del 2003, il Parlamento neozelandese incaricò un comitato di valutare la legge. Il rapporto è del 2008.
Risultato: la decriminalizzazione non ha fatto crescere il settore, né il numero di persone coinvolte, e molti degli effetti temuti dagli oppositori non si sono verificati. È il dato che smentisce l’argomento «se togli le sanzioni, aumenta».
Il limite: la Nuova Zelanda è un’isola con pochi milioni di abitanti e un’immigrazione controllabile; inoltre la legge esclude le persone straniere con visto temporaneo, che restano fuori dalle tutele. Trasferire quel risultato all’Europa continentale è un salto che gli autori non fanno.
Il punto su cui quasi tutti concordano
Al netto delle posizioni, dalla letteratura emerge una convergenza che merita più attenzione di quanta ne riceva.
Nessun modello, da solo, produce gli effetti che promette. Il fattore che nelle valutazioni internazionali pesa di più non è la scelta fra legalizzare, decriminalizzare o punire il cliente: è quanto viene investito in ispezioni, protezione delle vittime, percorsi di uscita e alternative economiche reali.
Un sistema regolamentato senza ispettori produce locali fuori controllo. Un modello nordico senza percorsi di uscita finanziati è solo una sanzione in più. Una decriminalizzazione senza ispezioni sul lavoro lascia intatti i rapporti di forza.
È la parte costosa, ed è quella che nel dibattito italiano non viene quasi mai discussa.
Dove si colloca l’Italia
In nessuna delle tre caselle. Esercitare non è reato, organizzare sì: un assetto che non regola e non vieta, e che di fatto lascia il fenomeno privo di qualsiasi disciplina.
Le proposte di riforma tornano a ogni legislatura — l’ultima è del giugno 2025 — e nessuna è mai arrivata al voto. Nel frattempo la questione più concreta resta quella che nessuno affronta: non quale modello scegliere, ma quante risorse si è disposti a mettere qualunque modello si scelga.
Domande frequenti
Quali sono i principali argomenti a favore della legalizzazione?
Poter chiedere aiuto e denunciare le violenze senza rischi, accesso ai servizi sanitari, emersione fiscale e contributiva, e il principio di autodeterminazione dell’adulto.
Quali sono i principali argomenti contrari?
Che la scelta è quasi sempre condizionata dal bisogno, che il mercato legale non sostituisce quello illegale, che lo Stato regolatore diventa beneficiario, e che i requisiti amministrativi escludono proprio le persone più esposte.
La legalizzazione aumenta la tratta di esseri umani?
Lo studio più citato (Cho, Dreher e Neumayer, 2013) rileva che nei Paesi dove è legale i flussi di tratta segnalati sono maggiori. Gli autori avvertono però che si misura la tratta emersa, e dove il settore è legale ci sono più controlli e più denunce. Il dato non è quindi conclusivo.
Legalizzare e decriminalizzare sono la stessa cosa?
No. La legalizzazione mantiene autorizzazioni e obblighi statali (Germania, Paesi Bassi). La decriminalizzazione toglie il diritto penale e applica le regole comuni del lavoro (Nuova Zelanda, Belgio). Gli effetti misurati sono diversi.
Esiste un modello che ha funzionato?
Nessuno ha risolto il problema. Le valutazioni disponibili indicano che pesa più l’investimento in controlli, protezione e vie d’uscita che il modello normativo scelto.
Le fonti di questa pagina
- Seo-Young Cho, Axel Dreher, Eric Neumayer, Does Legalized Prostitution Increase Human Trafficking?, «World Development», 41, 2013, pp. 67-82.
- The Lancet, serie su HIV e lavoro sessuale, 2015.
- Report of the Prostitution Law Review Committee, Nuova Zelanda, 2008.
- Parlamento europeo, risoluzione del 14 settembre 2023.
- Corte costituzionale, sentenza n. 141 del 2019.
Le posizioni di entrambe le parti, nelle loro formulazioni originali, sono nella bibliografia del sito, che comprende volentieri autori inconciliabili fra loro. Se manca uno studio rilevante, segnalacelo.
